90 secondi per un profondo cambiamento

90 secondi per un profondo cambiamento


10 minuti tempo di lettura

Sabato mattina sono andata a spedire dei pacchi presso l’ufficio postale e vicino a me c’era un uomo di circa 65 anni senza mascherina.

Con tono calmo, ma deciso, gli ho chiesto di metterla.

L’ha messa subito, ma non senza urlare, bestemmiare, dirmi che sperava prendessi il virus perché sono una brutta persona (ovviamente sto riportando tutto in modo edulcorato). 

Ha ammesso che avevo ragione, ma ciò non l’ha fermato dall’aggredirmi verbalmente.

In quel momento stavo compilando un modulo e stavo tremando.

Con molta calma ho risposto: “Se sa che ho ragione, non vedo il motivo per cui debba bestemmiare ed urlare”. 

Ça va sans dire, invece di placare la sua rabbia, ho gettato benzina sul fuoco (anche se non era mia intenzione).

Ero scossa, turbata. So come difendermi agli attacchi verbali e in passato è capitato dovessi farlo, soprattutto di fronte a delle ingiustizie.

Stavolta però mi sono fermata sul momento presente, con me stessa. 

Ho sentito il bisogno di ascoltare le mie sensazioni, le mie emozioni e il mio corpo. 

Il cuore batteva a mille, la mano tremava, la testa bruciava.

Dopo pochi minuti, come se fossi tornata nella stanza, mentre l'uomo in questione continuava con le sue imprecazioni, gli ho detto, con molta calma, “Fossi in lei non continuerei”.

A quel punto ha iniziato a provocarmi dicendo che non avrei potuto fare niente, tantomeno denunciarlo.


Le parole sono come frecce.

statua con arco e freccia

La mia non era una minaccia. La mia intenzione non era denunciarlo.

In quel momento gli ho suggerito di non proseguire perché le parole sono come delle frecce. 

Una volta lanciate non possono essere più ritirate. 

Gli ho suggerito di non proseguire perché anche se la mia osservazione sulla mascherina ha fatto “scattare” in lui qualche emozione, il mio voleva essere un suggerimento per non peggiorare la sua condizione, la sua rabbia o qualunque altra emozione stesse provando.

Era un modo per interrompere questo loop di emozioni nocive: per lui, per me, per chi era nell’ufficio con noi.

Gli si è avvicinato un amico di ottant’anni e ha colto l’occasione per dire “Che mondo! Hai visto che gente di …” riferendosi a me. 

Lì ho capito che l’unica scelta che avevo era aver il coraggio di lasciare andare. E così ho fatto.

Non ho colto l'ennesima provocazione e sono rimasta a contemplare le mie emozioni.

Non sappiamo mai cosa sta provando la persona che abbiamo di fronte.

Non lo sappiamo delle persone che abbiamo vicino, figuriamoci degli estranei.

Io non posso sapere come sta lui e cosa sta passando.

E lui non può sapere come sto io e cosa sto passando.

E non siamo tenuti a saperlo. Per questo dobbiamo praticare la gentilezza, a prescindere.

Le parole sono come le frecce.
Una volta scagliate, non puoi più farle tornare indietro.


George R.R. Martin


Proprio come me. Il senso di umanità condivisa.

Tornando a casa da mia madre (dovevo portarla a fare il vaccino) la rabbia ovviamente è salita nuovamente, non sono zen, sono umana.

A quel punto mi è venuto in mente un esercizio di Pema Chödrön, un'insegnante buddhista, che dice:

"C'è una pratica che mi piace chiamata 'Proprio come me'. 

Vai in un luogo pubblico e ti siedi lì e ti guardi intorno. 

Il traffico è la situazione ideale. 

Ti concentri su una persona e dici a te stesso:

"Proprio come me, questa persona non vuole sentirsi a disagio". 

Proprio come me, questa persona a volte lo perde. 

Proprio come me, questa persona non vuole essere antipatica. 

Proprio come me, questa persona vuole avere amici e intimità”

Mi ha ricordato uno degli elementi centrali della Mindful Self-Compassion: il senso di umanità condivisa.

Anche se stiamo affrontando situazioni diverse, le emozioni che proviamo non sono uniche. Ci sarà sempre qualcuno che sa bene cosa stiamo provando, semplicemente perché l'ha provato a sua volta.


Vivi nella bellezza

Nelle ultime settimane, nelle varie letture di articoli online, il nome di Pema Chödrön è comparso più di una volta.

Sabato pomeriggio ho cercato i suoi libri. Ho passato almeno venti minuti a scegliere.

Ero indecisa tra questi 3 libri:

Parti da dove sei. Hai già tutto quello che ti serve per essere felice, devi solo cominciare 

Se il mondo ti crolla addosso 

Vivi nella bellezza  

Da dove partire? 

La testa mi diceva di partire da “Se il mondo ti crolla addosso” (visto il periodo).

Il mio cuore mi suggeriva invece  “Vivi nella bellezza”, perché ha risuonato con quello che sto cercando di fare.

Ha risuonato con il mio impegno di valorizzare il mio segmento di tempo (e aiutare gli altri a fare altrettanto).

Ho scelto “Vivi nella bellezza”. In due giorni l’ho divorato.

Il libro è di una profondità incredibile e ti consiglio di leggerlo.

Non farò un riassunto, perché un simile libro credo sia impossibile da riassumere.

È necessario prima capirlo profondamente e credo sia necessario del tempo, prima di capire veramente ogni insegnamento e ogni parola. Sto ancora elaborando tutto il significato e ci vorrà del tempo.

Condivido però alcune prime riflessioni perché credo fortemente siano in linea con un percorso di valorizzazione del proprio tempo. 

Una premessa dovuta (tratta dalla sinossi del libro):

Gli insegnamenti presentati in questo libro – i Tre Impegni – forniscono a chiunque, a prescindere dalla propria appartenenza religiosa, un patrimonio di saggezza per imparare a entrare nel fiume della vita nel modo giusto, restando pienamente e coraggiosamente presenti anche nei momenti più duri e nelle situazioni più difficili. 

  • In quanto esseri umani, abbiamo la tendenza ad aggrapparci alle sicurezze, ma ogni volta ci accorgiamo che tutto intorno a noi (noi compresi) sia in continuo cambiamento.

  • Quanto siamo tolleranti a questa instabilità e al cambiamento?

  • Pema Chödrön suggerisce di non combattere questa instabilità cercando a tutti costi una sicurezza che non esiste, ma di accettarla: accomodiamoci e godiamoci il viaggio, invece di resistere al cambiamento e all’incertezza.

  • Il primo impegno è quello di non arrecare danno. “(...) ci fornisce una struttura all’interno della quale impariamo a controllare i nostri pensieri e le nostre emozioni e ad astenerci dal parlare o dall’agire impulsivamente, spinti dalla confusione.”

  • Il secondo impegno è aiutare gli altri. 

  • L’ultimo impegno è il proposito di accettare il mondo così com’è, senza pregiudizi.

In particolare mi hanno colpito alcune riflessioni su come siamo abituati ad etichettare gli altri e noi stessi e come queste etichette ci facciano soffrire o ci facciano gioire.

Affronta il concetto di “identità fissa”, ovvero come tutto ruota intorno all’idea che ci siamo fatti su di noi e sugli altri.

Siamo quelli magri, quelli grassi, quelli irascibili, quelli gentili, quelli disciplinati, quelli disordinati…

“L’identità fissa è la nostra falsa sicurezza, e la manteniamo filtrando tutta la nostra esperienza attraverso quest’angolazione” anche quando ci fa soffrire.

In base a ciò che abbiamo deciso di essere, vediamo il mondo e creiamo il mondo.


Aspetta 90 secondi e tutto cambia

Le nostre emozioni creano il nostro mondo, anche se sono temporanee.

Le reazioni automatiche, come la rabbia, impiegano appena novanta secondi a estinguersi dal momento in cui vengono scatenate.

Questa è la scoperta della neuroscienziata Jill Bolte Taylor nelle sue ricerche sul meccanismo psicologico che sottende le emozioni.

Una curiosità:  Jill Bolte Taylor ha studiato ed acquisito nuove conoscenze sul funzionamento del cervello in seguito ad un ictus (ha anche scritto il libro: "La scoperta del giardino della mente. Cosa ho imparato dal mio ictus cerebrale", che non ho ancora letto)

Le emozioni possono svanire in novanta secondi oppure possiamo scegliere di creare un loop che dura decenni, tutto dipende se le alimentiamo con le nostra conversazione interna e con la nostra abitudine del pensiero (ne ho parlato qui).

Novanta secondi.

Quante volte reagiamo non appena un’emozione compare?

Il collega, il parente, il vicino di casa che ci fa arrabbiare.

Eppure se riuscissimo ad aspettare novanta secondi… cosa succederebbe?

Pema Chödrön suggerisce, in questi novanta secondi, di riconoscere la sensazione, accoglierla con compassione ed essere presente nel qui e ora senza dare interpretazione alla nostra reazione e alla nostra emozione.

Senza giudicarla.

Consiglia di fare caso a dove è situata nel corpo, se si sposta o cambia.

Non sapendo questa regola dei novanta secondi è più o meno ciò che ho fatto sabato mattina. Nel momento in cui mi sono sentita aggredita, la mia mente si è offuscata dalla rabbia e dal senso di impotenza e ho concentrato la mia attenzione alle sensazioni del mio corpo: il cuore batteva a mille, la mano tremava, la testa bruciava.

L’idea alla base è di non attivare le reazioni automatiche, ma di rimanere “nell’immediatezza della propria esperienza”.


Il pilota automatico delle emozioni

Quando attiviamo il pilota automatico, non facciamo proprio questo?

Permettiamo alle emozioni di “agganciarci” e di innescare una reazione e anno dopo anno, questi trigger diventano parte della nostra storia, la nostra identità e con loro le nostre abitudini.

Quando perdiamo le staffe, quando ci deprimiamo, quando ci facciamo prendere dallo sconforto o dalla tristezza. Quanto siamo consapevoli di queste nostre abitudini? 

Riporto qui sotto le sue parole: 

  • “Se le alimentiamo con le parole, le emozioni non se ne vanno più. È come versare benzina sulla brace per farla ardere. Senza le parole, senza i pensieri ripetitivi, le emozioni non durano più di un minuto e mezzo”

  • “Tutti i nostri schemi abituali sono sforzi per mantenere un’identità prevedibile: “sono un individuo collerico”, “sono una persona cordiale”, “sono un essere insignificante”. Possiamo elaborare queste abitudini mentali quando si presentano e rimanere nella nostra esperienza non solo mentre meditiamo, ma anche nella vita di tutti i giorni”

So che da me ti aspetti strumenti di produttività, ma gli strumenti sono inutili se non ci curiamo della nostra mente e del nostro mindset.

Se non siamo consapevoli di cosa accade dentro di noi, saremo sempre in balìa delle emozioni e della storia che abbiamo costruito negli anni e non saremo mai al timone della nostra barca.

Per me produttività è anche questo.

Non esiste produttività se non c'è valorizzazione del tempo e crescita personale.


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